L’opera vuole essere una riflessione sulla figura emblematica della “mondina” e del suo stretto rapporto con il territorio, inteso sia come paesaggio naturale, sia come habitat socioculturale.
L’opera mette in scena, sfruttando la bipartizione della parete, due figure principali, quasi speculari, che ritraggono la mondina nelle due azioni peculiari del suo lavoro, cioè quella di “mondare” la risaia dalle erbe infestanti (a destra) rappresentata dalla mandragola e quella di “trapiantare” la pianta del riso (a sinistra) rappresentata mediante un sinuoso corpo femminile segno di fertilità.
Con un’enfasi sul lavoro e sulla fatica, sull’immaginario evocato dalla schiena curva e dai piedi nudi, il muro dipinto diventa quindi non una mera descrizione folkloristica, ma un omaggio alla donna, la cui gestualità simboleggia da una parte la lotta contro lo sfruttamento, vista come l’estirpare l’erba cattiva del pregiudizio, del potere patriarcale, del vecchio preconcetto, dall’altra il piantare i germogli, intesi come simbolo di un futuro di uguaglianza e giustizia, di nuova presa di coscienza del se e dei propri diritti di essere vivente. Le figure si pongono all’interno di uno sfondo/paesaggio pulsante di vita sottesa tipica della zona; flora e fauna intrise quasi di uno spirito animistico, un sentire contadino, poetico a suo modo, che inserisce l’essere umano all’interno di una gestualità brulicante e ferina e che sembra far eco ad una figurazione naif popolare.
Nel dettaglio a fare da cornice alle due figure della mondina si possono vedere a tiolo esemplificativo il fagiano, il martin pescatore, la biscia d’acqua, il gallo, il pulcino, la rana, l’airone e l’ibis sacro del Nilo (specie non autoctona ma presente nelle risaie del vercellese da ormai molti anni).